Il nido dell'Anatra

"I censori tendono a fare quello che soltanto gli psicotici fanno: confondere l'illusione con la realtà". (David Cronenberg)

Archivi per il mese di “maggio, 2008”

BATTAGLIA PER I DIRITTI CIVILI


 
"Salve, volevamo tre caffè"
"Amico, qui noi non serviamo gente di colore"
"Oh, per me va bene tanto non ne avevo ordinati"
 
(Arthur Fonzarelli – Happy Days)
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JJ ABRAMS, IL MCGUFFIN E IL LAVORO DEL “MESTIERANTE”


Bene lo dico subito, Abrams per me non è un genio, ma un mestierante che utilizza il cervello con ingegno.  Non ha inventato nulla ovviamente… chi inventa più qualcosa ormai al cinema? Ma riadatta reinterpreta e propone in chiave attuale escamotage narrativi vecchi come il mondo. Abrams attinge a piene mani da gente come Hitchcock o Welles tanto per non far nomi.

Da Welles ha capito che la forza della narrazione sta, molte volte, nel frantumare la medesima. Lo ha fatto Sergio Leone (C’era una volta in America), o Quentin Tarantino (Pulp Fiction). Tarantino ha osato un po’ di più forse perché oltre a frantumare la consecutio tempore ha  destrutturato il film. Pulp Fiction è ambientato temporalmente in un paio di giorni. Tarantino ha distrutto questi due giorni in modo da raccontare e riraccontare personaggi. Ma non situazioni. Nello stesso periodo anche Frank Miller usava lo stesso linguaggio ma per il fumetto… che sia un caso il futuro incontro tra i due?

Ma parlavo di Abrams.

Con ALIAS ha creato una spy-opera, mescolando generi e linguaggi (operazione già realizzata e portata all’estremo da Lynch con TWIN PEAKS) e utilizzando il MCGUFFIN. Lo ha utilizzato in ALIAS, lo sta utilizzando in LOST e lo ha elevato alla massima potenza in MISSION IMPOSSIBLE 3. In parte anche in CLOVERFIELD, ma il film merita un discorso a sé.

Ora dovrei spendere due righe su cosa sia il McGuffin. Nel libro “Il Cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut, il maestro della suspense chiama “McGuffin” il motore di un film che si basa su un mistero da risolvere o su una situazione ambigua. Il McGuffin il più delle volte è un elemento fisico che all’interno della narrazione dovrebbe essere una sorta di vaso di Pandora per i personaggi ma non per gli spettatori. Può essere qualsiasi cosa, dalla valigetta ventiquattrore dal contenuto misterioso, ad una lettera misteriosa che tutti vogliono. Questo elemento che mette in moto i personaggi non è necessariamente qualcosa di importante una volta rivelato, o perlomeno non lo deve essere se la scrittura del film risulta ineccepibile. Esempi di McGuffin sono la bottiglia di diamanti nel film Notorius o sempre i diamanti nel film Intrigo Internazionale sempre di Hitchcock. Alla fine risultano cose di poca importanza per chi guarda il film, perché per un paio d’ore lo spettatore si è chiesto cosa succederà al protagonista e non cosa sia in realtà ciò che cerca. Se se lo dovesse chiedere o non ha capito un cazzo del film oppure il film è raccontato male e i personaggi soccombono al mistero che dovrebbe fungere da molla per lanciare il protagonisti.  Non bisogna commettere l’errore di confondere il “McGuffin” con il “Whodoneit”. Il secondo è un vero e proprio filone letterario e cinematografico dove scoprire chi è il colpevole è fondamentale . Se la scoperta del colpevole risulta senza alcuna sorpresa il film va a farsi benedire, al contrario il “Mc Guffin” è solamente il pretesto per costruirci il film attorno. Ci tenevo a precisarlo. Sono oltremodo palloso e pignolo. Ma palloso di certo.

In MISSION IMPOSSIBLE 3 il McGuffin è la “Zampa di Coniglio” è una cosa talmente misteriosa che nessuno, tranne chi la vuole, sa cosa sia. Non lo sappiamo noi e non lo sapremo nemmeno alla fine del film perché in fondo non è ciò che interessa ma solo ciò che mette in moto la narrazione a scatole cinesi, tanto cara a JJ ABRAMS.

CLOVERFIELD. In questo caso il McGuffin è il mostro che distrugge New York. McGuffin tutto particolare in effetti. Sappiamo già cosa sia: è un mostro. Sappiamo cosa fa: distrugge New York.  Ma la cosa importante non è vedere il mostro, ma sapere che c’è e che agisce. Il McGuffin mette in moto i protagonisti e con continui cambi di tensione  porta a termine la vicenda. Il punto debole del film, a parer mio è proprio il fatto di vedere alla fine il mostro. Avrebbe giovato se i protagonisti avessero vissuto la vicenda subendo il mostro che inconsapevole fa quello che ogni buon mostro fa. Purtroppo mostro e protagonisti interagiranno alla fine e il film perderà un po’ di mordente.

Tecnicamente è ineccepibile, causerà mal di stomaco a qualcuno il fatto che sia totalmente girato come un filmato amatoriale, tra riprese con telefonini e videocamere  caricate per riprendere una festa per un futuro matrimonio. Anche questo non è una novità, gli autori di THE BLAIR WITCH PROJECT fecero la stessa identica operazione raccontando l’intera vicenda con il punto di vista dei protagonisti e con una videocamera. Il film in questione è però debolissimo, se l’idea della narrazione documentaristica è azzeccata, è il film che manca. Manca il McGuffin… manca la suspense, manca la sceneggiatura. E il risultato è solo una serie di immagini oscillanti, con sospiri e grida terrorizzate senza capo né coda.  Un troiaio insomma.

In CLOVERFILED, Abrams  usa tutto il pacchetto di stereotipi di genere. Il “survival horror”, l’infezione, Godzilla (lo annovero tra gli stereotipi ormai… e probabilmente è pure un archetipo per i giapponesi), il “vengono fuori dalle fottute pareti” (frase celeberrima quasi quanto “ci serve una barca più grande”) che non viene detto ma è lapalissiana la citazione, e ovviamente l’undici settembre. La prima scena di distruzione è identica a come l’ha vissuta una Bionda di mia conoscenza: il boato e la gente che corre sui tetti per vedere che succede, il fumo e le fiamme in lontananza. La seconda, quando i protagonisti scendono in strada è una fotocopia della famosissima ripresa di quando la prima torre cadde e la gente correva in direzione della videocamera. Stessa inquadratura, stesso taglio, e immagino subbuglio in qualche newyorkese che ha vissuto in prima persona quel dramma. Gli americani sono dei maestri nel sublimare paure e disgrazie.

C’è un’ ultima cosa. L’ undicesimo film della serie di STAR TREK che Abrams sta terminando di girare. Si sa già che sarà una vera e propria tabula rasa della continuity trekkiana , ci saranno i personaggi storici della prima serie, Kirk, Spock, Mc Coy e tutti gli altri, ma non, ovviamente gli stessi interpreti. Ci saranno morti, ci saranno sorprese e forse chissà… c’è già chi ha detto dopo aver letto la sceneggiatura che non ci sarebbe da stupirsi se a cinque minuti dall’inizio del film ci foss un “BOOOM BOOOMMMMM” e su fondo nero la scritta ondeggiante e sfocata “star trek” venisse verso di noi mettendosi a fuoco e ruotando si sfocasse di nuovo.

Ad ogni modo Harlan Ellison ha già intentato causa ad Abrams… ma questa è un’altra storia.

Oh per inciso Ellison è un po’ rompicoglioni come Lucas su certe cose…

 

 

NEUROSHIMA HEX


 

Ecco un bel balocco.

NEUROSHIMA HEX, fonda le sue basi sul background del gioco di ruolo polacco NEUROSHIMA. L’ambientazione è di quelle che piacciono a me, fantascienza post-apocalittica, ZERO magia e tanta strategia. Con la rima.

Il gioco da tavolo è un mix tra un gioco di guerra, uno scacchistico ed un astratto. È di guerra perché quello si fa sul tabellone di gioco, si spara, ci si mena ci si cura, ci si difende, ci si muove (poco). È scacchistico perché  i pezzi sono come le pedine degli scacchi che agiscono su di un tabellone con una forma stabilita (un esagono formato da tanti esagoni), è un po’ astratto perché… beh basta vederlo, ha il look di un astratto. Giocandolo però si ha l’impressione di trovarsi su di un campo di battaglia più che su una scacchiera.

Lo scopo è distruggere o infliggere un maggior numero di ferite al quartier generale avversario. Per far questo ci si serve delle pedine messe a disposizione da ciascun esercito (quattro sono quelli contenuti nella scatola formati da 35 tessere esagonali ciascuno). Ogni singola unità riporta sulla pedina esagonale molte informazioni: il suo livello di iniziativa, se combatte a distanza, in corpo a corpo (o entrambe le cose) in quante e quali direzioni e quante ferite può infliggere, quante ferite può subire, se è in grado di muoversi, se ha la capacità di disabilitare le unità avversarie rendendole inutili ecc… le informazioni sono molte e ogni esercito ha i suoi punti di forza e debolezza. Ci sono inoltre gli ufficiali che se messi a contatto con unità amiche forniscono bonus di iniziativa, resistenza e quant’altro. Oltre alle pedine di esercito sono presenti in misura differente a seconda del tipo di esercito delle pedine “azione” che sono cioè in grado di far svolgere determinate azioni alle unità, forniscono bombardamenti aerei, lancio di granate, spinte ad unità avversarie ecc.

Tutto questo si svolge a turno, pescando casualmente tre pedine, scartandone una e giocando o conservando le altre (a scelta). Il giocatore pescherà ogni turno tante pedine in modo da averne sempre tre di cui una sarà da scartare.

La battaglia si risolve in genere alla fine, cioè quando il tabellone è riempito e non ci sono esagoni liberi. Quindi a partire dalle unità col maggior fattore di iniziativa si cominciano a risolvere gli scontri.  Grazie alla pedina azione “battaglia”, lo scontro può risolversi anche anticipatamente, cambiando un po’ le strategie costruite fino a quel punto.

Graficamente il gioco è gradevole le pedine sono decisamente accattivanti, il tabellone è ricco di immagini e colori… forse anche troppo risultando un po’ caotico quando le pedine vengono via via poste su di esso.

Meccanicamente risulta, a mio avviso, un gioco ineccepibile, in cui fortuna (nella pesca)  strategia e lungimiranza la fanno da padrone. Avvantaggiati saranno i giocatori che conoscono bene il proprio esercito,  le sue capacità e i propri punti deboli, ma questo è un discorso valido per ogni wargame che si rispetti.

Dimenticavo, il gioco è veloce una partita si risolve in 30-40 minuti e in genere c’è la voglia di farne un’altra.

Gicabilissimo anche in solitario, per capire le meccaniche e farsi le ossa… esattamente come con gli scacchi.

Il gioco ha il regolamento in inglese e tedesco (nella sua seconda edizione, mentre era in inglese e polacco nella prima) ed è completamente indipendente dalla lingua grazie al sistema di informazioni ad icone.

Passo e chiudo.

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BLADE RUNNER


 
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Il capolavoro.

Ormai è un termine usato ed abusato, molte volte anche a sproposito. Nel caso di Blade Runner però ci sta.

Blade Runner non è un film di fantascienza, non è un hard boiled, non è un thriller, non è un film d’amore. È tutte queste cose insieme.  E molte altre.

Tutte queste cose assieme, in questo modo, con quel sassofono, quella pioggia, la solitudine al neon, la ricerca della propria identità,  la propria identità scoperta senza averla cercata, la sigaretta tra le dita con le unghie smaltate e il fumo denso che avvolge i volti come una pelliccia, le foto, il test Voigt Kampf, e ancora pioggia, fuoco e ancora ancora pioggia incessante, onnipresente come l’aria inquinata che si respira in quella Los Angeles che in qualche misura arriva direttamente da Antonio Sant’Elia, il Millennium Falcon nascosto tra i grattacieli, le colombe bianche, l’unicorno e il Blade Runner.

Ma non è Dekard il Blade Runner. No, lui è lo strumento del Blade Runner, ma lo capisce solo alla fine. Solo alla fine sa chi è. Ma chissenefrega. Ora sa. Sapere chi si è il fulcro del film. L’umanità negata, i ricordi che sono solo menzogna, e le foto che parlano con “lingua biforcuta”.

È struggente, nella sua forma definitiva ed originale. Mi riferisco alla Director’s Cut, la versione accorciata di pochi minuti, privata della voce fuoricampo alla “Philip Marlowe”, mozzata del lieto fine, ma arricchita dalla consapevolezza.

Rivedere Blade Runner è come ripercorrere una vita che non c’è stata, ma solo abbozzata.  E quel sassofono…

Bisogna osservare, ascoltare, e collegare perché tutto è davanti ai nostri occhi, tutto è chiaro, tutto è palese, come gli occhi del gufo, di Rachel e di… Deckard.

Ma riscoprire ogni volta la verità è come desiderare di non conoscerla, di non volerla sentire, si volta lo sguardo altrove… si parte con lo spinner e con lei impellicciata, col fumo che avvolge tutto come in un sogno.

Ma è finto. Tutti per dieci anni abbiamo pensato che ci fosse stato il lieto fine. Ma il vero finale è l’altro. La consapevolezza della propria identità. E quelle porte dell’ascensore che si chiudono. E tutto ciò che sappiamo esserci dopo sono solo un vago ricordo.  Perché ci siamo svegliati dal sogno.

E in Blade Runner i sogni sono alla mercé di tutti.

L’origami dell’unicorno.

Si chiudono le porte.

FINE.

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WATCHMEN


 

Alla fine lo hanno realizzato. C’è voluto del coraggio. Non posso certo commentare un film che non ho visto, ma conoscendo l’opera a fumetti alla quale s’ispira due parole le devo proprio spendere.

WATCHMEN non è un fumetto di supereroi. WATCHMEN è un fumetto su uomini che fanno i supereroi. Anzi che supereroi lo sono stati.

“WHO WATCH THE WATCHMEN?”, chi controlla i guardiani? La storia si apre con l’omicidio di uno di essi. E sarà come scoperchiare il vaso di Pandora, tutto il marcio, i segreti, le paure e l’ambiguità di questi “supereroi” verrà a galla e li travolgerà tutti come un’onda anomala.

Moore li ha creati per distruggerli un pezzetto alla volta, ha dato loro un passato glorioso fatto imprese eroiche, di partecipazioni ad eventi pubblici. Contemporaneamente però ci ha mostrato anche il “dietro le quinte”, in un particolare episodio il “dietro alle quinte” è letterale e piuttosto crudo… non siamo molto abituati ad assistere allo stupro di una supereroina da parte di un suo compagno d’avventure.

WATCHMEN è un’opera complessa in cui si da risalto alle persone che stanno dietro alle maschere, in cui i combattimenti, le azioni eroiche sono ormai cosa del passato e quello che rimane sono solo i loro scheletri nell’armadio. Chi si aspetta scazzottate ed effetti speciali può starne tranquillamente alla larga e può ricominciare a leggersi beatamente Dragonball, ma chi ha bisogno di una lettura più adulta e caustica, troverà pane per i propri denti nella lenta e affascinante lettura di WATCHMEN.

Ci fanno il film sì, ed ho terrore, ho il terrore di veder snaturare una cosa simile. Così è stato in parte con V FOR VENDETTA (il finale del film è del tutto astruso e buonista, mentre nel fumetto Moore ne dava una visione ben più cupa e realistica).

Che Dio ce la mandi buona…

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SUPEREROI 0 – ALTRI 1


Cosa strana. Nei film tratti da fumetti (supereroistici), da un po’ di tempo a questa parte la cosa curiosa e, direi che preferisco, è che il personaggio interessante è la controparte più bistrattata dai fumetti stessi: la presona e non il personaggio.

In BATMAN BEGINS è Bruce Wayne il personaggio interessante, in SPIDERMAN è Peter Parker quello che fa muovere il film non certo il pupazzo in cgi vestito di rosso e blu, in IRON MAN stesso discorso, Tony Stark è decisamente azzeccato come personaggio e i dialoghi non sono nemmeno tanto male. Inutile, e in alcuni momenti un po’ noioso il bussolotto rosso e oro. Ma sarà che se vedo fare a botte al cinema dopo un po’ mi annoio se la cosa va per le lunghe a meno che chi scrive le scene di violenza non si chiami Sam Peckinpah o John Woo.

Discorso leggermente differente per HULK, che avendo sì la doppia identità, ma avendo comunque due facce scoperte anche l’omone verde risulta interessante. Nel film ha fatto un po’ troppo a botte… ma vabbè. Ho visto il trailer del secondo e direi che mi ha convinto zero.  Se devono cambiare Hulk almeno ci diano quello interessante e divertente: MR. FIXIT.

Non ho finito di dire cose, le aggiungerò ma ho sonno e mi sono un po’ rotto i coglioni (che ormai è quasi prassi).

300


Due righe due su 300 film o fumetto è indifferente che sono uguali, se non per un piccolo dettaglio: nel fumetto i guerrieri hanno tutti pisello e palle al vento.

Pare una cazzata da poco? Beh non lo è.

Allora sarò breve e conciso. Arte ellenica e vasi di terracotta, qualcuno li ha presenti? Bene adesso il fumetto 300, si notano somiglianze? Il formato particolare allungato del fumetto stesso? I colori utilizzati? Il fatto che tutti siano rappresentati completamente nudi? È chiaro e lampante quale sia la cifra stilistica che Miller ha deciso di adottare per il suo racconto sulla “fantomatica” – se mi si passa il termine – battaglia delle Termopoli. 300 non è certo un romanzo storico, non è un fumetto che si attiene alla storia e nemmeno per quello che concerne il reparto visivo è “storico”. 300 è un fumetto sul mito, e la forza di 300 sta appunto nello stile adottato. Lo stile è 300. Chi ricerca la storia, l’attinenza alla medesima, il realismo… beh non ha capito niente di 300.

Miller ha semplicemente avuto la brillante idea di proporre un elegante esercizio di stile, di proporlo semplicemente come tale e basta.

Il film ricalca pedissequamente il fumetto con l’eccezione che le nudità elleniche sono state coperte con dei perizomi che ricordano fin troppo le mutande del Giudizio Universale. Dico purtroppo non perché avessi brama di vedere piselli al vento, ma perché in qualche modo il film è rimasto “tronco” del suo riferimento più importante, i vasi ellenici, i racconti di immagini sui medesimi… la storia dell’arte.

Ma si sa è chiedere troppo ad Hollywood.

Discorso diverso per i Transformers: una cagata pazzesca. (-:

C’entra nulla? Chissenefrega il blog è mio…

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THE DESCENT


 

C’è poco da dire. C’è una comunità di cosi brutti che sono dei “Gollum” con la faccia di Voldemort che vivono in caverne inesplorate.

Il ritmo è "controtempo" nel senso che non si crea climax con l’esplosione della sorpresa quindi ogni volta che avrei dovuto aver paura o stavo sbadigliando, o mi stavo grattando o stavo pensando ai cazzi miei in attesa di qualcosa che facesse paura. Insomma mi sono sempre trovato in controtempo con il colpo di scena. Che sia un film Jazz? Mah

Il film è un survival horror (quindi fin dall’inizio sai chi vive chi schiatta, chi schiatta male e chi fa la stronza… sì perché sono tutte donne… Alien docet)

Ciro Ippolito ha fatto causa per plagio al regista del film che dice che lo ha copiato dal suo “Alien 2 sulla terra” che il titolo è tutto un programma. Il film l’ho visto e in effetti gli estremi per rompere i coglioni ci sono tutti.

Il finale è tale e quale il finale della prima stagione di Dark Angel… che probabilmente sarà stato uguale a qualcosa d’altro che adesso mi sfugge. Non sono così enciclopedico.

Ad ogni modo: visto e dimenticato.

GNU man


 
<<Le persone religiose spesso dicono che la religione offre un’assoluta certezza su cosa sia giusto e e cosa sia sbagliato; "lo dice Dio". Anche supponendo che gli dei sopramenzionati esistano, e che i credenti conoscano veramente cosa pensino, ciò non fornisce ancora delle certezze, poiché qualunque essere per quanto potente può sempre sbagliare. Che gli dei esistano oppure no, non c’è modo di avere una certezza assoluta sull’etica. Senza questa, cosa dobbiamo fare? Facciamo del nostro meglio. L’ingiustizia avviene in questo istante; la sofferenza avviene in questo istante. Abbiamo delle scelte da fare ora. Insistere sulla certezza assoluta prima di iniziare ad applicare l’etica nelle decisioni della vita è un modo per scegliere di essere amorali.>>
 
Richard Stallman

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