Il nido dell'Anatra

"I censori tendono a fare quello che soltanto gli psicotici fanno: confondere l'illusione con la realtà". (David Cronenberg)

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

SLAP SHOT – COLPO SECCO


Vidi questo film per la prima volta quasi trentanni fa, da pischello, e la cosa la dice lunga sulla veneranda età dell’anatroccolo di gomma… Ricordo che quella volta mi divertii come un folle. Ho rivisto recentemente la pellicola in dvd perché me lo sono finalmente comperato e la sensazione è stata con mia immensa gioia e sorpresa la stessa: divertimento puro.

SLAP SHOT è un film sull’hockey, un film sportivo, quindi uno di quei film che piacciono tanto agli americani. Ma è tutt’altro che celebrativo, i Chiefs, la squadra protagonista del film, sono una manica di scalcinati, scurrili e bifolchi giocatori che viene allenata e contemporaneamente capitanata dal vecchio giocatore Paul Newman. Uno strepitoso Paul Newman, che per l’occasione vede rinsaldarsi il connubio con il regista de La Stangata e Butch Cassidy, George Roy Hill.

È una commedia virile, su un gruppo di perdenti, dentro e fuori dei pala ghiacci, che cerca il riscatto vincendo il campionato (!?), ma qui la cosa si fa comica.

Con lo svolgersi della storia verranno assunti tre fratelli, gli Henson nel ruolo di goon, che sarebbero praticamente come “ruolo”, dei caterpillar che rispondono alla violenza del gioco con l’ultraviolenza. Gli Henson sono ormai delle icone (la McFarlane Toys ne ha realizzato delle action figures strepitose). I tre fratelli in questione hanno il cervello di dodicenni, li vediamo giocare con le macchinine, con le piste delle macchinine, e la brutalità di Conan il Barbaro quando sono sui pattini sul ghiaccio.

Lo scopo dei Chiefs, diventerà alla fine distruggere lo sfasciabile, trasformare ogni partita in una rissa da bar violentissima, il ghiaccio diventerà rosso sangue, e il pubblico griderà ed inciterà la squadra come fossero dei novelli gladiatori nell’arena.

Detta così appare come un film violentissimo, ma posso assicurare che è una commedia, magari cattiva, a tratti sarcastica, ma una commedia. Si ride di gusto nonostante i massacri, i fratelli Henson che sembrano tre Benigni prima maniera (TeleVacca e Cioni Mario per intendersi) dal punto di vista estetico, sono fenomenali, e sono stati autentici giocatori di hockey.

Paul Newman, anche stavolta ci regala un personaggio carismatico, un figlio di puttana come pochi se ne vedono in giro, privo del benché minimo rimorso di coscienza, è il pragmatismo fatto persona.

Nel cast compaiono anche una giovanissima, ed incredibilmente carina Lindsay Crouse e un Michael Ontkean prima di diventare lo Sceriffo Harry Truman in quel di Twin Peaks.

Mi scuso in anticipo, per quanto poco utile e seria sia questa mia cosa, ma questo è uno di quei film che non cederei mai a nessuno, uno di quei film che mi divertono partendo dalle budella, mi ritrovo col mal di stomaco e i crampi ai muscoli facciali.

Quando uscì venne naturalmente snobbato dalla critica, quella stessa critica che recentemente lo annovera tra le commedie più riuscite di tutti i tempi e uno dei migliori film sportivi.

Il mio consiglio spassionato è di vederlo, possibilmente con una birra ghiacciata in una mano e un secchio di pop corn nell’altra, magari in compagnia.

Altro che Ogni Maledetta Domenica…

 

PS Stare assolutamente alla larga dai due sequel… anzi facciamo tutti finta che non esistano!

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FINE MISSIONE.


Dunque sono arrivato alla fine e tiro le somme.

Innanzitutto, per quanto riguarda i Razzies Award:

fottidito

 Per quanto riguarda le forme rotonde della signora:

mele

…e a proposito di più della metà dei film da lei interpretati:

Linguaccia

Direi che sono soddisfatto al 50%. Di questo 50% almeno la metà è condizionata dalla mia indefessa ammirazione per il lato estetico della signora in questione.

Se fossi uno normale direi che stiamo attorno al 25% di soddisfazione.

Ha interpretato film a dir poco ignobili, e alcune interpretazioni sono ignobili a loro volta. Il problema è che non sempre le due cose sono andate di pari passo.

Alla fine di pellicole ne salvo cinque, di cui due sono stato molto felice di vedere, due le ho viste perché le avrei viste comunque, Alba o non Alba. Ed una in parte mi ha anche sorpreso.

Le altre vanno dal vergognoso all’appena passabile, con l’ago della bilancia che pende verso la prima categoria.

La serie Dark Angel fa storia a sé ed è comunque promossa a pieni voti.

Spero in un futuro migliore come attrice, per lei, e spero che qualcuno di bravo la guidi nella scelta dei ruoli.

Se Dio vuole ho finito.

Prossima missione: esegesi di DAWNA OF THE DEAD…

 No no scherzo…

VI PRESENTO I NOSTRI – THE TEN – P.U.N.K.S.


Allora mancano tre film, dico subito che P.U.N.K.S. non sono riuscito a recuperarlo, ma ho visto il trailer su youtube, e ringrazio chi da lassù mi ha voluto bene non facendomelo trovare. Purtroppo però VI PRESENTO I NOSTRI e I DIECI COMANDAMENTI COME NON LI AVETE MAI VISTI, li ho trovati. Scrivere due post distinti di questi due film è come dar loro dignità cinematografica. Se almeno il primo, pur avendo una sceneggiatura abbastanza idiota (e la cosa è fisiologica visto il genere di film e visto che la “saga” è arrivata al terzo capitolo), un paio di momenti divertenti li ha, e non sono quelli in cui è presente la signora, il secondo è…

Il mio consiglio in questo caso è uno e uno soltanto, trovare un buon ipnotizzatore, e pregarlo di far dimenticare di aver mai letto questo post, di aver mai visto i film in questione e di essere mai venuti a conoscenza della loro disgraziata esistenza.

locandina-vi-presento-i-nostri punks Ten

THE EYE


La pellicola è il remake del film omonimo cinese dei fratelli Pang. Né più né meno (finale a parte), e da quello ne eredita sia i pregi che i difetti.

The Eye è presentato come un horror, ma a parte la prima parte, che può essere visto alla stregua di un ghost movie, tutta la seconda parte invece rimette assieme i pezzi che ci vengono presentati all’inizio.

Parlo di pezzi e non di indizi perché di un puzzle si tratta, un puzzle un po’ paraculo però. Perché è paraculo? Perché l’autore della sceneggiatura, bara, fornendo false piste per poter aumentare l’effetto sorpresa durante il resto del film.

Personalmente sono cose che un po’ detesto, ma vabbè.

Il colpo di scena è uno e si rivela a circa metà film, tutto il resto è semplicemente innescato dai pezzi del puzzle rivelati e paraculamente mescolati con la fuffa.

Ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad un film alla Shyamalan… e secondo il mio gusto personalissimo non è un complimento. Ma almeno Shyamalan non bara, e infatti lo sgamo sempre a metà film… sarà per quello che non mi piace.

Jessica Alba: la signora in questione ha stranamente un ruolo drammatico questa volta, varia una risicata gamma di espressioni che però sono tutte funzionali al personaggio, quindi diciamo che non mi ha disturbato oltremodo.

Ribadisco anche qui, che senza trucco e mora è un passo avanti ad ogni donna al momento presente sulla faccia della terra… eh se le bastasse questo.

Film senza infamia e senza lode, con poche scene che fanno saltare sulla poltrona, anche perché tutte bene o male già viste in altri horror orientali.

Non mi sento di aver sprecato tempo stavolta, ma consiglio la visione solo agli amanti del genere, e a coloro i quali non da’ fastidio essere presi un po’ in giro dalla sceneggiatura.

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TRAPPOLA IN FONDO AL MARE


Eh… qui c’è poco da fare, il film è bruttino, ha solo due colori: arancione per i cristiani e blu per tutto il resto. La trama è esilissima e dovrebbe essere un thriller. Tutto girato e pensato in funzione degli attori e del mare. Parlo di mare e attori solo a livello estetico, perché davvero, il film, dal punto di vista cinematografico è proprio poco poco.

Ma siccome mi sono messo in testa di vedere tutti i film dell’Alba… eccoci qui.

Allora la trama è questa: precipita un aereo di qualche narcosvattelappesca dalle parti di Nassau, pieno carico di coca. I fidanzatini duecuorieunacapanna sperano nel colpo del secolo cercando tesori di navi pirate. Giunge l’amico di lui a Nassau, con la bionda, che dovrebbe finanziare le ricerche. Scandagliano i fondali e trovano l’aereo pieno di coca invece dei pezzi da otto. Che si fa? Si vende la coca e si finanzia la ricerca dei tesori. Ma nemmeno per sogno, dice lei, Sam (l’Alba) integerrima, leale, bella e corretta ragazza del nostro.

Qualcuno però infila le mani nel vasetto di marmellata e il proprietario della coca se ne accorge. E siamo a metà film forse anche di più. Non proseguo oltre.

Sam, parlo di lei perché mi sono messo in testa che devo, è un personaggio tagliato con l’accetta, bidimensionale, senza carisma e che si affida solo alle grazie dell’attrice. Grazie estetiche che in questo film non ci vengono negate, sempre in costume eh, non sia mai. Ricorda per certi versi il personaggio di Honey Daniels del film omonimo, buona fino all’osso diventando anche stucchevole in alcuni momenti. Sì, va detto che comunque mozza la mano ad un tizio con un machete, ma il tizio è morto ed era ammanettato a lei. E la cosa è spiazzante perché per come ci è stata presentata una cosa del genere non ce la vedo proprio a farla… o perlomeno prima prova a mozzare la catena delle manette. Macché, un bel taglio ad un polso e non ci si pensa più.

E poi: “Porca puttana forse mi ha rotto la mascella”, non lo so, non sono un dottore, ma questa in un caso del genere non è una cosa che si dice con la bocca.

E via così, tra sciocchezze, imprevedibili idiozie e corpi arancioni nel mare blu.

Facciamo finta di nulla?

Ma sì, facciamo finta di nulla.

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PERSON OF INTEREST


Ecco una bella serie, realizzata con gusto raffinato, con un cast di buon livello, con sceneggiature mai banali o scontate. È una serie para-fantascientifica, mascherata da procedural.

L’autore è Jonathan Nolan (Batman, Inception, Memento, The Prestige… e ‘sticazzi aggiungerei) e prodotta da J.J. Abrams.

C’è una macchina, anzi c’è La Macchina in grado, come il Grande Fratello (quello di Orwell non quello di canale5) di monitorare tutto tramite le telecamere esistenti a New York. Ogni singola telecamera, fosse anche quella di un PC è monitorata da La Macchina la quale grazie ad un sofisticatissimo programma, è in grado di “prevedere” un crimine. Rilascia un numero di previdenza sociale, e la persona a cui appartiene è o la vittima o il carnefice. Una volta venuto in possesso del nome il nostro eroe agirà cercando di scoprire il più possibile su quel nome.

Il protagonista, John Reese (Jim Caviezel) ha un passato travagliato, da militare, da spia e da homeless, ed è proprio in questa condizione che lo veniamo a conoscere durante l’episodio pilota. Un misterioso personaggio, Harlod Finch (Michael Emerson, il Ben di LOST), gli offre un lavoro… un lavoro molto particolare. Ed è così che inizia la serie, il signor Reese si muove a NY, sempre vestito allo stesso modo, come fosse una divisa (lo chiamano l’uomo col blazer) e con fondi praticamente illimitati grazie a Finch, creatore della macchina, ricco sfondato.

Ecco, Jonathan Nolan ha ricreato la sua versione di Batman, calandolo in un contesto realistico e ovviamente metropolitano, non scegliendo la città a caso ma ambientando la serie a New York, che guarda caso è Gotham da ben prima che Bob Kane creasse il personaggio di Batman. New York è Gotham da almeno 200 anni, dai tempi di Washington Irving (La leggenda di Sleepy Hollow), uno dei tanti soprannomi della Grande Mela.

La serie ha sia la struttura verticale che quella orizzontale. Infatti ogni episodio è autoconclusivo ma aggiunge tasselli a misteri che via via vengono a dipanarsi senza che lo spettatore quasi se ne accorga.

Nella seconda stagione poi l’affinità con Batman è stata sdoganata direttamente dagli autori per mezzo di un personaggio, una giornalista che il nostro eroe aiuterà, la quale parlando dell’uomo con la giacca dice essere quasi una leggenda metropolitana e che come un personaggio dei fumetti, compare e salva il poveraccio di turno.

Il gioco è fatto.

Tutti i fans del Pipistrello aspettavano Batman in TV? Bene eccolo, e proprio come Batman, l’uomo comune (lo spettatore) nemmeno si accorge che c’è.

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SONS OF ANARCHY


Da uno degli autori di The Shield, Kurt Sutter, una serie dura e cruda, incentrata su di un club di bikers che si ispira nemmeno troppo velatamente ai famosi e famigerati Hell’s Angels.

Gli autori portano temi e personaggi su binari decisamente “pericolosi” ed ambigui, non ci sono figure positive tout court, ci sono casomai personaggi archetipici elaborati e complessi che sembrano usciti da un dramma shakespeariano.

Il protagonista Jackson “Jax” Teller è il fulcro del racconto, diviso tra onore e dovere verso il club, verso la famiglia, verso la figura ingombrante della madre – una strepitosa Katey Sagal – verso il “patrigno”, un altrettanto credibile Ron Perlman, nonché presidente del club, e verso la figura scomparsa del padre.

E sarà proprio la figura del padre ad innescare il cambiamento in Jax o perlomeno il desiderio del cambiamento, come un novello Amleto, tra dubbi ripensamenti e (in)decisioni.

La legge nella serie è rappresentata da personaggi comunque negativi, e quando non lo sono o non si percepiscono come tali è perché sono condiscendenti verso il club. Forse è questo l’elemento più spiazzante e in qualche modo, soggetto a critiche extra fiction. Se tutto però, è ricondotto al contesto alla narrazione, e alla finzione scenica la cosa diventa non solo accettabile, ma anche auspicabile ed accattivante. Alla fine il crudo realismo della messa in scena non è altro che una solida base per creare una storia di rinascita individuale.

L’arco narrativo principale è lungo e penso si concluderà con la serie e tratta appunto del cambiamento del protagonista, o perlomeno del suo tentativo di perseguirlo. Poi c’è l’arco narrativo della stagione in corso in cui viene presentato il problema ed è sviscerato per tutti i 13 o 14 episodi della stagione, fino alla sua naturale conclusione. La struttura narrativa ricalca diciamo quella di serie come Buffy e in parte The Shield.

La violenza è esplicita e non suggerita, così come le – seppur poche – scene di sesso.

Sicuramente una delle migliori produzioni statunitensi dell’ultimo periodo che va ad affiancarsi ad altre perle come I Soprano, The Shield, Breaking Bad e Mad Men.

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APPUNTAMENTO CON L’AMORE


Visto anche questo, regia di Gerry Marshall (Pretty Woman) e film corale alla Altman (Robert non ti rivoltare nella tomba, era solo per far capire il “corale”).

Non lo so, mi pare che tutti i personaggi presentati siano un po’ rincoglioniti o lessi, nel migliore dei casi. Almeno la metà degli attori sprecati per quel ruolo e un’ altra metà direi non perventuta. Tra i non pervenuti c’è Jessica Alba (che ne parlo solo per la Missione) che in tutto il film mi pare abbia cinque pose, due delle quali sommate non fanno quaranta secondi cronometrati. Quindi posso dare un parere sulla recitazione? Ovviamente no, anche perché il personaggio è del tutto marginale. Non pervenuta.

Nel complesso un filmettino.

Jennifer Garner conferma che ha un gran paio di gambe.

Ci appiccico a questa pseudo-cosa che definire recensione è da vergognarsi, anche MAI STATA BACIATA e IDLE HANDS – GIOVANI DIAVOLI. Film dimenticabili, nei quali la giovane Alba interpreta: nel primo la classica stronza da liceo, che più stereotipata non si può, nel secondo la ragazza del protagonista, e pur essendo molto giovane, credo diciottenne ci grazia con un bel paio di mele in qualche inquadratura. Il mio consiglio è di evitarli come la peste, e il consiglio all’Alba è di negare di averli mai interpretati.

Negare sempre.

Sempre.

Vai, così ho preso tre piccioni con una fava. 

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TUTTE PAZZE PER CHARLIE


Lo dico subito: mi sono divertito, nonostante sia una visione per la Missione.

È un film un po’ strano, quasi bipolare. Non sa se essere una commedia romantica o un film comico. Un po’ come per i due attori protagonisti, che a metà film cambiano  leggermente registro. La cosa un po’ mi è dispiaciuta perché tutta la prima parte mi aveva sinceramente divertito, e mi ero anche stupito a ridere per e con il personaggio di Cam (Jessica Alba), una novella ispettor Clouseau per quanto riguarda la goffaggine, ma molto sexy e innocentemente tenera, veramente azzeccata .

Charlie invece è una specie di novello Jack Tripper (se qualcuno ricorda il compianto John Ritter di Tre cuori in affitto), qui in salsa decisamente stallone da monta, suo malgrado. Ed è questa la cosa divertente, il povero Charlie che da bambino ad una festa tra ragazzini, col classico gioco della bottiglia, non ha fatto vedere il pisello alla compagna “strana”, ma bellina (e poi me lo devono spiegare come mai è stata scelta bellina se lui doveva fare il restio), la quale si offende e lo maledice.

Parole al vento? Macché tutto vero, Charlie se va a letto con una donna, questa si sposa col prossimo uomo dopo di lui. La voce si sparge tra le signorine e così il buon vecchio Chuck inizia la missione (decisamente più divertente della mia). Sfortuna vuole che un giorno gli capiti di incontrare Cam, goffissima e altrettanto bella responsabile del habitat dei pinguini di un aquarium. Se ne innamora e… se se la porta a letto è finita per sempre, se non se la porta a letto è finita per sempre. Da questo momento iniziano le magagne.

Come ho detto il film, lo ho percepito come diviso in due parti: prima parte Cam goffa e divertentissima, seconda parte Cam più seria e non più goffa (?!), direttamente proporzionale a Charlie il quale nella seconda parte è decisamente più sopra le righe. Un peccato secondo me, perché nella prima parte i protagonisti hanno avuto dei tempi comici strepitosi e anche dialoghi migliori, ma forse è solo una mia sensazione.

Alla fine c’è poco altro da dire, non stiamo qui a parlare di un capolavoro, ma se qualcuno mi dovesse chiedere se ne consiglio la visione, beh, decisamente sì, a me ha regalato un ora e quaranta di puro e sano divertimento, piuttosto scollacciato in alcuni momenti (il film è vm 18), e una piacevole sorpresa per quanto riguarda il lato comico di Jessica Alba.

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MAD MEN


Un altro gioiello partorito dalla tv americana.

MAD MAN è fin troppo facile definirla come serie Pop, gli anni sono i 60 d’altra parte. Ma non è così. Mad Man è una serie caustica assolutamente ed immersivamente calata negli anni in cui è ambientata. La mentalità, i rapporti interpersonali, tutto va visto in quell’ottica.

Don Draper è il protagonista della serie, un copywriter di una delle agenzie pubblicitarie più influenti di New York.

E Don Draper non è Don Draper.

Ok questo è uno spoilerino, ma sorvoliamo, alla fine la questione dell’identità è solo il Mcguffin narrativo per permettere agli autori di muovere i personaggi in certe direzioni più agevolmente.

Don Draper è un bell’uomo, ha una bella casa, una bella moglie e due bei figli.

Don Draper non ha pregiudizi di sorta, non è omofobo, non è razzista ed è (forse) apolitico. Per certi versi ricorda un po’ Dexter nella prima stagione.

Ma Don è sostanzialmente un codardo e un figlio di puttana, che fa la cosa giusta se la cosa giusta è la cosa più comoda da fare. Don Draper non da le pacche sul culo alle segretarie, ma tradisce la moglie come se nulla fosse, non guarda diversamente il collega una volta scoperto che è gay, ma lo licenzia perché è comunque gay.

Don Draper è un coacervo di contraddizioni che alimentano il nostro disagio. Si segue lui, e la sua vita, le trecentomila sigarette che si fuma (anzi si fumano, perché in questo TF si fuma e si beve), si osserva il grande cambiamento che sta entrando in atto negli Stati Uniti, si vive la storia dall’interno dell’agenzia pubblicitaria. La grande rivoluzione culturale che in un secondo fa sembrare lui e quelli come lui obsoleti.

Ma Don resiste, la codardia legata al suo passato e la maschera che indossa nella vita sociale, fanno di lui un perfetto modello di moderno serial killer. E lo è alla fine anche se non sono le persone che uccide, ma le cose giuste che non fa, cosciente di questo fatto, forse sofferente, ed imperturbabilmente perseverante, quasi voglia punirsi.

Sì forse per il senso di colpa, per quella vita che ha rubato, e che avrebbe potuto restituire anche con la sua persona, ma che non ha fatto o ha fatto troppo poco. E lo sa. Don Draper ha perso più di quanto abbia avuto. Più di quanto abbia avuto tra le cose cui tiene.

 Mad Man è una serie particolare, visivamente patinata, stilosissima, e lacerante.

Attori fantastici, scenografie curatissime, fotografia curata in ogni dettaglio, messa in scena senza una sbavatura.

Uno dei migliori prodotti degli ultimi venti anni.

E poi Christina Hendricks ha una corpo da urlo.

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PS la quinta stagione arriva in Italia in prima TV e in chiaro su Rai4

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