Il nido dell'Anatra

"I censori tendono a fare quello che soltanto gli psicotici fanno: confondere l'illusione con la realtà". (David Cronenberg)

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

DREDD


Seconda apparizione al cinema del personaggio creato da Wagner ed Ezquerra per l’omonima serie a fumetti. Sono indeciso se esprimere opinioni un po’ a casaccio, come il mio solito, esclusivamente su questo film, fare paragoni col film precedente o anche con la serie a fumetti. Credo che farò un po’ tutte e tre le cose, in maniera rozza e superficiale.

Dico subito che la pellicola di Pete Travis preme il pedale dell’acceleratore sulla violenza e sul “realismo”, risultando un film piuttosto cupo. Quasi tutta la vicenda si svolge all’interno di un Megaedificio di Mega City One. I Megaedifici sono delle specie di falansteri, nei quali la gente vive, muore, bazzica, passa il tempo e lavora. Dredd (Karl Urban) e la sua recluta Cassandra Anderson (Olivia Thirlby), una mutante col potere di leggere la mente, vi entrano perché ci sono stati tre omicidi. La mandante è Ma-Ma (Lena Headley), una ex prostituta sfregiata che è anche la produttrice della Slo-Mo, una droga sintetica dai bizzarri effetti. I nostri arrestano uno degli esecutori materiali, Ma-Ma se ne accorge e pur di non far arrestare il tizio segrega l’intero edificio chiudendo ogni uscita dal medesimo e mette una taglia sui due Giudici. Questo è quanto. Plot semplicissimo che mi ha ricordato nemmeno troppo velatamente il capolavoro di Howard Hawks Un Dollaro d’Onore. Lo svolgimento è solido, e la tensione è mantenuta alta per l’intera ora e mezza.

Ma il problema, per me, allora qual è? Il Giudice Dredd, quello dei fumetti, ha un registro narrativo differente. Il protagonista è un ottuso e manicheo uomo di legge le cui azioni e la cui violenza inducono al sorriso, grazie alla spiccata e volontaria vena grottesca e satirica. Nel film di Travis non vi è nulla di tutto ciò a parte la violenza, ci sono i chiari richiami ai modelli originali del fumetto come Dirty Harry e in una certa misura anche il film di Bartel prodotto da Corman Death Race 2000 e il personaggio di Frankenstein.

Alla fine comunque risulta un buon action, girato con mestiere, con un sacco di morti (che mi ero promesso di notificare ma ad un certo punto ho perso il conto), e una cattiva forse non così incisiva come poteva essere.

I tre protagonisti hanno tre espressioni per tutto il film, una per ciascuno, ma la cosa non mi infastidisce, Dredd non ne può avere più di una… forse le due signore ne potevano sfoggiare una gamma più ampia, ma come ho detto la cosa non mi ha infastidito.

Nota di merito al fatto che Urban non toglie mai il casco (elmo) e si sforza a fare la tipica smorfia del Giudice Dredd per tutto il film. Olivia Thirlby ha un bel volto, e mi ha riportato alla mente ricordi personali, che non mi dispiacciono affatto.

Peccato per le moto dei giudici, decisamente più sotto tono rispetto ai chopperoni con ruote sofferenti di elefantiasi che compaiono nel fumetto.

Alla fine comunque mi sento di promuovere il film rispetto alla mezza porcata con Sylvester Stallone, che del Giudice Dredd in quel film aveva poco o nulla.

Piccolo appunto: siccome un film col medesimo titolo esiste già, perché non dare a questo quello originale del fumetto: Judge Dredd?

Come promesso i paragoni col fumetto e il film precedente sono risultati rozzi e superficiali.

Ogni promessa è debito.

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THE CALL OF CTHULHU


Film curioso, e perlomeno fedele agli scritti del Solitario di Providence.

Si tratta di un film del 2005 di Andrew Leman in bianco e nero e muto.

Il regista ha già lavorato in produzioni ad alto budget come ad esempio Le Verità Nascoste, tanto per citarne uno, come graphic designer di oggetti di scena (!). The Call of Cthulhu è girato come se fosse una pellicola degli anni venti, e con effetti speciali realizzati in stop motion. Per quanto mi riguarda bersaglio centrato.

Si contano sulle dita di una mano (di un alieno di Welles de La Guerra dei Mondi) i film tratti da racconti di Lovecraft degni di nota. Poi ci sono quelli di chiara ispirazione lovecraftiana come Il Seme della Follia di Carpenter (capolavoro), ma è un’altra storia o i tre film di Fulci sull’inferno (da vedere e rivedere) e From Beyond di Gordon… beh molta della filmografia di Gordon è lovecraftiana.

Ho avuto modo più volte di dire quanto come scrittore, la prosa di HPL mi stia indigesta e almeno altrettante volte quanto invece le sue intuizioni le sue invenzioni e il suo pantheon mistico religioso fantascientifico e orrorifico siano geniali.

Il film in questione riesce quasi a ricreare il disagio che provo nel leggere Lovecraft, disagio in senso letterario, e il maestoso orrore che silenzioso attende da eoni.

Il film è breve, poco più di un telefilm lungo esattamente come il racconto che è poco meno di un romanzo breve.

Mi sento di consigliarlo agli amanti di Lovecraft, e di vederlo a tutti gli altri, perché al momento se si esclude l’altra produzione della HPLHS The Whisperer in the Darkness (di cui qualcosa scriverò appena ho tempo) solo Stuart Gordon col suo Dagon è riuscito, con tutt’altro che un film perfetto, a ricreare alcune delle atmosfere,  e degli ambienti, “visti” nei racconti dello scrittore americano, mentre sul versante nostrano va tenuto assolutamente d’occhio Ivan Zuccon.

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CHE FINE HA FATTO BABY JANE?


Siccome sono sempre l’ultimo a sapere le cose, mi è stato fatto notare che è uscito un certo film in bluray: CHE FINE HA FATTO BABY JANE?.

Ora non vorrei sperticarmi in lodi su questa pellicola, perché è interpretata da due giganti del cinema hollywoodiano una delle quali è la mia attrice preferita in assoluto (Bette Davis), perché ha un bianco e nero da urlo, perché è un noir con delle virate verso l’horror magistrali, e perché secondo me è un capolavoro totale globale (grazie Aldrich), ma vista l’edizione in questione, non può mancare.

Jessica, maremmamaialacciacane! Eh? Un dito! Mi basterebbe in micragnoso dito della Davis e ti incenserei vita natural durante. E invece nulla. Ti metti a fare porcherie… vabbè basta che mi viene il magone.

Comunque, questa chicca c’è, è in blueray, una bellissima edizione e il film è da vedere, o rivedere se lo si è già visto, o ri-rivedere se lo si è rivisto…

E posso andare avanti ancora.

Ma mi fermo.

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SUKIYAKI WESTERN DJANGO


Vado un po’ controcorrente, visto che di Django Unchained ne è già stato scritto e discusso ovunque, ed è inutile scrivere anche due righe sul western gotico di Corbucci, Django, ché ormai anche di quello le parole si sono sprecate. No, due righe personalissime, le voglio riservare al film di Takashi Miike Sukiyaki Western Django.

Miike è regista colto raffinato ed eclettico, in grado di proporci con la stessa nonchalance pellicole come Yattaman,  Audition, Iichi the Killer o Gozu, tanto per citarne alcuni.

SWD è un film particolare la cui matrice più che ad ispirarsi all’originale di Corbucci, si rifà a Per un pugno di dollari di Leone, con il pistolero senza nome che arriva in paese, nel bel mezzo di una faida tra due clan rivali, i Bianchi e i Rossi, in questo caso. Il Western di Miike è ambientato in un non-luogo della fantasia in cui convivono il Giappone feudale e lo spaghetti western. Ora non per scomodare il maestro, ma Kurosawa a suo tempo con Yojimbo fece esattamente quello, tanto è vero che proprio il film di Kurosawa è la base su cui sono stati costruiti film come Per un pugno di dollari, Ancora vivo, e questo Sukiyaki Western Django.

Ma Miike va oltre, mescolando elementi visivi tipici di entrambi i generi, e così vediamo all’inizio, il prologo con Quentin Tarantino (Ringo) che funge da narratore, in una specie di Nuovo Messico con il cielo finto, il sole finto e sullo sfondo dipinto il monte Fuji stilizzato come fosse una stampa di Hokusai.

Ci sono tutti gli elementi del revenge movie, dello spaghetti western e dei film di samurai, si incontrano pistoleri, ronin, puttane, puttane pistolere, samurai con mitragliatrici.

A mio avviso, forse, Miike indugia un po’ nell’autoreferenzialità dell’operazione. Forse per la durata del film, siamo attorno alle due ore, forse per una certa lentezza nello svolgimento, non sempre ho avuto l’impressione di assistere ad un’opera del tutto coesa. Il film è comunque molto interessante, ho trovato ottima la fotografia, i colori saturi, che però non cercano di imitare i modelli a cui si rifà.

Per tutto il film ci si chiede di Django, chi sia, dove sia, perché non mai viene pronunciato il suo nome. Mistero che verrà risolto alla fine, un attimo prima dei titoli di coda e sulle note di Django la colonna sonora originale del film di Corbucci cantata in questo caso in giapponese. E qualche brividino sotto pelle ammetto che mi sia venuto.

Se si ama Miike il film è da vedere, se non lo si ama, è da vedere lo stesso, perché potrebbe riservare delle sorprese, perché è bene ricordarlo, Takashi Miike non è solo il regista che rappresenta la violenza in maniera quasi insostenibile, ma è anche un regista con i controcazzi, se mi si passa il termine tecnico, con una sua poetica visiva e un suo personalissimo modo di raccontare.

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PS: dimenticavo di dire che quella cui faccio riferimento è la versione originale ed integrale del film, la versione internazionale e quindi anche quella italiana, è più corta di 23 minuti.

DØD SNØ


Ed ora tanto per svaccare un po’ qualche pensiero buttato lì su questo horror demenzialgrandgugnolesco norvegese.

Si parte da un incipit simile a quello di SHOCK WAVES, che se non lo si è visto, peste vi colga, non perché sia un film imperdibile, tutt’altro, ma perché è un cult del trash e c’è pure John Carradine (il padre di David Carradine il Bill di Kill Bill).

Bene DØD SNØ parla di zombie-nazi in mezzo alla neve al contrario di Shock Waves che parlava di zombie-nazi in isole caraibiche, almeno mi pare o erano soltanto isole di qualche parte in culo al mondo.

L’assunto è simile, lo svolgimento no.

La pellicola assomiglia quasi a qualsiasi cosa ci sia stata prima di quando è stata girata e mi vengono in mente: Un tranquillo week end di paura, La Casa 2, Shock Waves, Pirati dei Caraibi, Bad Taste, Dog Soldier, Distretto 13, Machete, e persino Vianello e la Mondaini quando facevano la parodia di Zorro.

Uno dei ragazzi indossa una t-shirt di Braindead (il film più splatter della storia, di Peter Jackson… quando faceva film e non aveva ancora venduto il culo al botteghino), come ha fatto Tarantino in Death Proof con la maglietta de l’ultimo Buscadero col titolo in italiano.

Il gruppo di amici idioti che fa la settimana bianca di pasqua nella baita (La Casa) di montagna, è trito e ritrito e in questo film poco si discosta dal solito cliché, non arrivano a cose “raffinate” come in Quella casa nel bosco o Cabin Fever di Roth che tra parentesi, ha uno dei finali più divertenti di tutti i tempi.

Il problema principale di DØD SNØ però, è che non ha una vera identità, non trova un equilibrio tra l’horror, il grottesco e il comico, le cose vengono mescolate e shakerate ma non dosate. Le scene comiche mancano totalmente dei tempi comici necessari per far veramente ridere, l’orrore è stemperato dalla mancanza di vera tensione, e il grottesco è appena accennato, e in questo caso il gusto insipido rende tutto il piatto troppo spersonalizzato.

Peccato perché anche se non era un idea originale, poteva venirne fuori un film dieci volte più divertente di quello che in realtà è stato.

Intendiamoci, non mi ha fatto proprio schifo, ma se dovessi consigliare di vedere un film del genere ne avrei almeno altri venti prima di arrivare a questo.

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DEADGIRL


Uno zombie-movie con uno zombie solamente.

Che non si muove.

Che non mangia nessuno.

Quasi.

Esteticamente deve molto al torture porn, risulta meno fastidioso solo perché l’oggetto in questione e sottolineo oggetto, è una ragazza morta. Anzi non-morta. E nemmeno putrefatta. Diciamo che è, necrofilicamente parlando, appetibile anche per il comune spettatore. In questo caso i comuni spettatori saranno due studenti di liceo, più uno, i quali trovandola per caso, nello scantinato di un vecchio manicomio, legata ad un tavolo, decidono di provare l’ebbrezza del sesso con la cadaverica bellezza.

Ma aspetta, si muove! È viva! No non è viva! È morta ma viva. È una zombie…

Scoperto ciò iniziano gli “esperimenti” sessuali, anche audaci, per non dire efferati.

Cerco di stemperare la cosa, perché, a parte Nekromantik di Buttgereit, sono pochi i film che trattano l’argomento, e di solito sono piuttosto sepolti, se mi si passa il gioco di parole, mi vengono in mente Aftermath  o Buio Omega o Necromania (ma questo è un porno di Ed Wood). E comunque faccio notare che anche Buffy, Bella e Sookie Stakehouse si trombano dei morti… che poi ce ne dimentichiamo.

In questo caso però il romeriano cadavere si muove, non prova dolore, non reagisce per la violenza subita, ma ha altre controindicazioni. E non sto a dire quali… zombizzare è troppo semplice da indovinare, no c’è di peggio.

Film riuscito?

Non del tutto, il ritmo è lento, ma ci conduce al finale in un modo o nell’altro , che verso metà film diventa chiaro, purtroppo (non per il finale, per il fatto che sia telefonato).

I registi però non indugiano sulle scene gore, che ci sono sia chiaro, ma riescono a rendere fastidioso il fatto di violentare uno zombie.

Si tende – noi spettatori – ad umanizzare l’oggetto della violenza. Su questo in effetti i registi indugiano. I tre ragazzi, una volta compreso che la ragazza non muore, cessano di considerarla umana e danno sfogo ai loro peggior istinti. Istinti umani, beninteso, una bella carrellata di umana bassezza.

Ed è qui che il film prende le budella dello spettatore e le torce un pochino. Mostrando cattiveria, e apatica degenerazione. Se questi tre idioti non avessero trovato un cadavere da scoparsi, probabilmente li avremmo trovati su un qualche cavalcavia a lanciare sassi sulle auto. Oh ma aspetta, c’è davvero gente così…

Non c’è bene o male, c’è solo noia e apatia, quasi come dei novelli Lou Ford, fanno sesso col corpo “inerme” e dopo lo fracassano.

L’unico slancio di umanità, porterà a qualcosa di peggiore, alla fine, il vero mostro farà la sua comparsa: con l’amore.

Con la a minuscola… molto molto minuscola…

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BREAKING BAD


Questo è quello che significa saper scrivere per la televisione.

Breaking Bad è una serie perfetta, senza una sbavatura, ogni scena, ogni singolo dettaglio è studiato e funzionale nell’economia del racconto. Non ci sono scene messe lì tanto per riempire i buchi. Attenzione a non commettere l’errore di sorvolare su una qualsiasi cosa ci venga mostrata. Tutto è collegato da fili invisibili anche a distanza di anni, gli autori hanno creato un gigantesco puzzle che prende forma di puntata in puntata, lentamente, ma è come un vortice che ti tira dentro e alla fine non ne esci più. La storia è pulp fino al midollo e contemporaneamente sprizza eleganza e stile da ogni battuta, inquadratura e virgola. Bryan Cranston, l’attore interprete del protagonista Walter White, è stratosferico nel rappresentare il borghese piccolo piccolo perdente e malato di cancro, che per lasciare la sicurezza economica alla famiglia arriva a diventare un criminale. E questo viaggio verso l’abisso che ha deciso di intraprendere è realizzato in una serie di tappe cristalline, in una sequenza di punti di non ritorno che scandiscono gli eventi cruciali dell’intera vicenda. Mentre sono i dettagli, le piccole e infinitesimali cose di tutti i giorni, con le quali Walter deve avere a che fare che ci raccontano l’essere umano.

L’umanità e la morale che più di una volta viene calpestata anche controvoglia è descritta e rappresentata dal volto e il fisico di Cranston come poche volte si vede in un prodotto televisivo. Qui siamo dalle parti di un De Niro prima maniera.

Ma sono tutti gli attori ad essere meravigliosi, ad essere personaggi talmente densi da confonderli con persone reali. Tutti anche quelli di contorno.

Tutti.

In questo momento è in onda la prima metà della quinta stagione, l’ultima. Mi ero ripromesso di non scrivere nulla fino alla fine della serie ma non ho resistito.

Come si fa a resistere?

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