Il nido dell'Anatra

"I censori tendono a fare quello che soltanto gli psicotici fanno: confondere l'illusione con la realtà". (David Cronenberg)

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LA CASA DEL DIAVOLO


Lo dico subito così mi tolgo dall’impiccio: questo film è un capolavoro.

Trattasi di un sequel, e per la precisione è il sequel de La Casa dei 1000 Corpi, exploit alla regia di Rob Zombie. Il primo film è gradevole, ma un po’ sfilacciato, soprattutto nel finale. Non è brutto sia chiaro, è anni luce avanti rispetto al remake di Non Aprite Quella Porta, che essendo due film che parlano della stessa cosa sono paragonabili senza remora alcuna. Nel primo film Zombie, mette il piede a tavoletta e va avanti così per l’intero film, ed è bravo a mantenere tutto entro i binari del vedibile e del filmabile (parlo di stile registico non di contenuti delle scene). Ma qualcosa non convince, ed è il finale, totalmente sopra le righe che risulta forse un po’ posticcio e discrepante rispetto a tutto il resto. Di per sé è forte, le immagini sono disturbanti ma come lo possono essere i cenobiti Barkeriani, ti affascinano e repellono insieme, ma rispetto al resto del film c’entra poco.

Il secondo invece, La Casa Del Diavolo è un film solido, quadrato, misurato ed elegante. Dico “elegante” in senso registico, le immagini, la fotografia e tutto quanto è graffiato e sporco, ma è la messa in scena ad essere elegante.

La Casa del Diavolo è un film senza sbavature, con la stessa forza visiva di film come Punto Zero o Il Mucchio Selvaggio. Ci ho rivisto un po’ di Sam Peckinpah.

Il registro narrativo è completamente differente rispetto al primo film che risultava essere lisergico e grottesco, in questo caso invece Zombie preme il pedale sul realismo e la crudeltà. Realismo e crudeltà che non sfociano mai in scene grandgugnolesce, gore, splatter o quant’altro, per il semplice gusto di mostrare. No qui di sangue ce n’è poco, non può nemmeno essere annoverato come cinema horror, questo è un noir, in parte uno slasher e un road movie, uno di quelli brutti sporchi e cattivi anni settanta.

E gente, La Casa del Diavolo, ha un finale da brivido, uno dei più bei finali della storia del cinema secondo me, sulle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, con un montaggio pazzesco e una sparatoria come solo Sam Packinpah avrebbe potuto girare così.

Massimo rispetto a Rob Zombie come regista, al momento non ne ha sbagliato uno di film, e al momento è uno di quelli che mi fa battere il cuore per il genere.

E soprattutto: affanculo il cinema da bimbiminkia.

Hail to the king baby!

(Ash, Army of Darkness)

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THE VAMPIRE DIARIES


Giunti alla quarta stagione e resomi conto alla fine di cosa ho di fronte, mi sento di scrivere un paio di puttanate riguardo la serie.

Fin dall’inizio si sente puzza di Twilight, quell’obbrobrio che vuole far passare i vampiri – esseri non morti, dannati, cannibali e parassiti, va ricordato – come delle specie di elfi sbrilluccichini con la celeberrima scopa nel culo.

In The Vampire Diaries va dato almeno atto che i vampiri sono succhiasangue, con i canini, e che il sangue scorre copioso nonostante il fastidioso teen drama che fa da leit motiv all’intera serie, fastidioso per me, intendiamoci.

Il prodotto con il passare delle puntate abbandona il twilightismo cercando di abbracciare il Buffysmo.

Mi spiego, vedere The Vampire Diaries è un po’ come rivedere Buffy the Vampire Slayer intrisa di seriosità e beverlilsaggine (la fiera dei neologismi mi rendo conto).

Ma svacca clamorosamente, la seriosità della serie non è serietà, ed è ciò che la differenzia principalmente da Buffy (per chi scrive capolavoro assoluto in ambito seriale).

Adesso, parliamoci chiaro, ho già avuto modo di scriverlo ma, Buffy è una serie allegorica, che affronta tematiche serie, ma parecchio serie, e lo fa con il tono da commedia, piazzando ogni tanto la zampata, che ti prende le budella e te le attorciglia un pochino. In The Vampire Diaries manca proprio la zampata, e il tutto naviga tra le immagini, i primi piani i sospiri e la narrazione patinata. Tutto e laccato e tutto non si schioda da lì. I colpi di scena che in Buffy sono geniali ed esplosivi come cazzotti nello stomaco, in The Vampire Diaries sono perlopiù ovattati dalla propria narrazione, che non osa osare (Gesù, questa sa di cioccolatino rancido).

Una soap opera con non morti, che grazie ad un escamotage di ‘sta cippa se ne vanno in giro anche di giorno.

Le ragazzine ci perdono la testa per i due bei fratelli tenebrosi che sembrano la copia carbone di Spike ed Angel, con tanto di ritorno alla malvagità di uno dei due. C’è la strega che diventa il personaggio più potente della serie ma che rischia di venire consumata dai propri poteri (Willow?), c’è l’unico umano che non fa una segaccia nulla a parte essere stucchevolmente buono e “spazzino” alla Mr Wolf de noantri ed è solo una pallida copia di Xander Harris alias l’uomo-che-vede, l’unica persona nel gruppo di Buffy senza potere alcuno, ma in grado da fare da legante all’intero gruppo, nonché spalla comica.

E poi c’è Silas il super cattivo della quarta stagione, anche in questo caso una sorta di Il Primo ma senza averne la dialettica e il potere manipolatorio. Silas diventa chi vuole ma è fisico, Il Primo era più un’idea dotata di coscienza, senza corpo in grado di apparire sottoforma di chiunque, ma con una capacità manipolatoria terrificante.

Ecco come hanno ridotto i vampiri autori che vogliono a tutti i costi venire incontro alle emobimbEminkia (che esistono e mi riempiono la testa di gridolini fastidiosi).

Appena mi daranno un serial tv coi vampiri che hanno la faccia così:

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fatemelo sapere che magari, fumandomi un sigaro, felice e rilassato bofonchierò tra me e me: “aahh ora sì”

HANNIBAL


 Hannibal è una serie disturbante.

C’è poco da fare, lo è per i contenuti, per il tema trattato, per la messa in scena, e persino lo score sonoro è inquietante.

Non è una serie priva di difetti, questo va detto, ma è decisamente sfacciata nel mostrare l’orrore.

Il personaggio principale è ovviamente Hannibal Lecter, qui con il volto dell’attore danese Mads Mikkelsen (Valhalla Rising, 007 Casinò Royale, tra le altre cose), ma ritroviamo molti dei personaggi già visti al cinema o nei romanzi di Harris, come il co-protagonista Will Graham, Jack Crawford (Lawrence Fishburne) o il Dottor Chilton.

A onor del vero uno dei difetti, ovviamente per me, sta in come è trattato Graham e il suo “problema” di eccesso di empatia. Non cito Red Dragon perché secondo me è un film mediocre, ripenso invece a Manhunter di Michael Mann (che è lo stesso film ma fatto meglio 16 anni prima), che è tratto dal romanzo di Harris “Red Dragon” e tra le altre cose è il primo film in cui compare Hannibal Lecter (Brian Cox in questo caso) in un ruolo del tutto marginale.

Il Graham della serie è in grado di pensare come il serial killer, ci si immedesima a tal punto da divenire egli stesso il killer, nella sua mente. Bene la stessa cosa viene raccontata nel film di Mann in cui Graham (qui William Petersen) si immedesima con l’assassino e vede le cose che ha visto lui.

La differenza qual è? Nella serie questa capacità empatica è rappresentata come una sorta di superpotere, con tanto di interruttore on/off e un apertura grafica per rappresentare l’immedesimazione. Funziona? Certo che funziona, ma funziona troppo, si ha la sensazione della routine, e della sovresposizione della caratteristica peculiare di Graham. Forse è solo una mia sega mentale, però mi da’ leggermente fastidio, quasi quanto il dottor Lecter mentre prepara il cuore lardellato con pancetta arrotolata e rosmarino.

Naaaa ma chi voglio prendere in giro, quando Lecter fa il gourmet mi fa venir fame. Assicuro tutti che non ho istinti cannibalici, credo sia mancanza totale di sospensione di incredulità, e quello che vedo in video è ciccia “normale” e non quinto quarto di cristiano.

Sorvolando su questo fatto del tutto marginale e personalissimo, la serie intriga, ha una struttura orizzontale anche se come tutti i prequel si sa già dove andrà a parare. In questi casi la bravura sta nel saper raccontare l’evento atteso e gli eventi che porteranno al risultato già conosciuto. Alla fine nessuno guarda Colombo per scoprire chi è l’assassino, ma come lo sgualcito tenente riesce a fotterlo.

PS dimenticavo la serie è ideata da Bryan Fuller, il quale si è già visto cancellare alcune serie alla seconda stagione (tipo Pushing Daisies, Dead Like me e Wonderfalls dopo la prima

stagione). Incrociamo le dita va.

 

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